Servono le AI in scrittura? L’amico scrittore Maurizio Cometto, sul suo account Facebook, ha posto le seguenti domande:
1) Quanto e come usate la I.A. nella vostra scrittura o nel vostro lavoro di editing? Esempi: per ricerche; per scaletta, plot ecc.; per creazione di personaggi; per esempi di scrittura da cui trarre ispirazione; per correzione bozze; per editing; ecc.
2) Cosa ne pensate dell’utilizzo della I.A. nell’ambito della scrittura?
Ho dato una lunga risposta sotto il suo post, ma poiché da riflessione viene riflessione, provo a rispondere anche qui, che ne dite?
Essendo ormai diversamente giovane, avendo visto nascere la rete, di esperienze comunicative ne ho fatte tante: BBS, gruppi usenet, mailing list, social di ogni ordine e grado. Ora inizio qui. Cercando di capire cosa e come muovermi.
Sono Emanuele Manco, scrivo, leggo, guardo film. Scrivo delle cose che leggo e guardo su FantasyMagazine.it e altre riviste in rete. Sono un matematico e ho anche scritto narrativa. Il mio sito è www.emanuelemanco.it, per ulteriori informazioni.
Vorrei dare risposte non dilaganti in merito. Ma l’argomento non è semplice, almeno per come la vedo io.
1) In scrittura la uso come la uso come informatico, per verifiche della struttura di quanto ho scritto. Pragmaticamente, sono un matematico di origine, ho studiato le reti neurali (che sono una delle componenti delle attuali IA, insieme ai LLM) da studente e ricercatore in passato. Agnosticamente le considero uno strumento che restituisce probabilità. Nel caso dei testi, restituisce il testo che risponde con quella che la rete neurale stabilisce sia la probabilità maggiore di aderenza alla richiesta. Probabilità non significa esattezza. Le IA generative non sono trasparenti nel dirti quanto il risultato sia aderente alla tua richiesta. Quindi il risultato potrebbe avere un grado di aderenza dell’1% di probabilità come del 99%. Quando lavoravo a un software di ausilio alle diagnosi mediche, circa 25 anni fa (ma forse anche 30 anni fa), era ben chiaro che le reti neurali non erano un oracolo. Le probabilità erano trasparenti all’utilizzatore e venivano vagliate da un medico umano. Ed è ancora così. Lo stesso paradigma vale per le reti neurali odierne, pur se più complesse e capaci di maggiore elaborazione. Pertanto, basta non prendere per oro colato i loro output, vagliandole per bene.
2) Possiamo abusare di metafore, tipo buoi scappati dalle stalle o vasi scoperchiati, ma la sostanza è che le IA sono destinate a restare. Per quanto detto sopra, sugli aspetti tecnico/strutturali le IA sono solo degli strumenti che possono dare delle indicazioni di natura statistico/probabilistica. Poiché le IA generative attingono a testi già scritti (e per la maggior parte presi dall’autopubblicazione, per vostra informazione), non le vedo utili per “rendere migliore” un testo sul fronte della originalità, o leggibilità, ma di certo possono dare suggerimenti, sempre da valutare, su alcuni degli aspetti di rispondenza alla grammatica e sintassi (sempre che non si scriva un testo che volutamente giochi con questi elementi). Ma ciò che viene generato, basato su medie ponderate e appiattite, potrebbe essere accettabile o meno solo su giudizio di un umano. Potrebbe non essere peggiore di mediocri storie che vengono scritte ogni giorno da autori seriali che non conoscono “la sindrome della pagina bianca”, attingendo a stereotipi, luoghi comuni, bigliettini che estraggono a sorte da situazioni standard, etc. Tutti strumenti che servono molte volte solo a imbastire una traccia su cui lavorare.
La questione è: chiediamo forse a un autore di parlarci del suo processo creativo? Sindachiamo se ha usato i dadi per generare una storia, oppure mescolato carte o post-it? Io credo che sia tutto legittimo fino al momento in cui l’autore mostra al mondo il suo lavoro. Se poi l’autore considera accettabile inviare una traccia abbozzata, saranno i lettori a giudicarne la validità. Siamo certi di riuscire a distinguere un testo mediocre scritto da un umano da uno altrettanto mediocre generato da una AI? Alla fine non conta il fatto che sia mediocre, e basta?
Esistono strumenti IA che cercano di individuare se uno scritto è stato realizzato con un’IA. Ma qui il serpente si morde la coda. Essendo le IA probabilistiche anche gli strumenti per sgamare le IA lo sono. E sono fallaci. Empiricamente, ho sottoposto miei articoli a strumenti di analisi, e forse erano talmente schematici che in alcuni casi sono stati indicati come scritti da IA con alte percentuali (non vengono mai date risposte certe, ricordiamolo!). Viceversa testi generati da una AI possono essere indicati come scritti da umani con elevate percentuali, perché magari il prompt che le ha generate aveva in sé qualche elemento, qualche idea originale, d’ausilio alla rottura della barriera.
Valutare uno scritto, alla luce di quanto detto, è roba da umani. Non avrebbe senso usare una IA per una decisione che riguarda il sentimento che ci restituisce il testo, prima della forma o della struttura. Ci darebbe solo il grado di appartenenza, probabilistico, di rispondenza a un prompt. Ma una IA non comprende il testo.
Concludendo, cosa importa al lettore? Che il testo gli dia una emozione o no?
D’altra parte, vi ricordate gli inizi della CGI? Il fatto che qualcosa fosse fatto “con il computer” sembrava preponderante rispetto alla qualità del prodotto stesso, perché era un esperimento, una nuova frontiera. Era già un miracolo produrre qualcosa con quegli strumenti. Ora che la maggior parte della grafica usa strumenti digitali prescindiamo da questo, ma valutiamo il risultato finale. Va detto poi che nulla impedirà agli scrittori di scrivere “a mano”, così come oggi artisti digitali usano anche la matita.
Anche se non sembra, la differenza è tutta qua. Se non sai usare la matita, la computer grafica non ti salva dalla mediocrità. Analogamente, se non hai buone idee, non sarà una IA che te le farà venire.
